Maurizio Abbattino (prima parte fino al 1980)

Maurizio Abbatino nasce il 19 luglio 1954 a Roma. Cresce nel quartiere Magliana quando ancora l’espansione edilizia doveva ancora compiersi e le baracche o le case fatiscenti erano l’architettura della zona. Gente povera, sottoproletari e ladri di piccolo cabotaggio. Contrabbando di sigarette, piccoli furti e truffe. I suoi primi compagni di rapine sono Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Enzo Mastropietro ed Emilio Castelletti.

La prima volta al “gabbio” è quando diciottenne viene arrestato per furto, resistenza a pubblico ufficiale e possesso di arnesi atto allo scasso. Nel 1974 viene arrestato una seconda volta per duplice omicidio. Un accusa che potrebbe costargli il carcere a vita ma viene assolto e subito rilasciato.

E’ nel 1977, a seguito del furto dell’auto di Franco Giuseppucci, che fa il salto di qualità. I due criminali si guardano negli occhi e capiscono di essere fatti l’uno per l’altro, di avere la stessa fame di potere e la stessa volontà criminale. Nasce la banda della Magliana e il battesimo è il rapimento del duca Grazioli Lante della Rovere che frutta al gruppo due miliardi, prontamente investita nella droga che invaderà Roma ed Ostia. I soldi del riscatto furono riciclati da un giovane mafioso catanese, tale Salvatore Mirabella detto “Turi Cipudda”, in contatto con il mondo imprenditoriale lombardo, che faceva parte del clan di Francis Turatello. Egli pretese una percentuale del 12% sul capitale, ma trovò i canali giusti per cambiare l’intera somma, che rientrò sotto forma di franchi svizzeri nelle tasche della banda.

Abbatino ne era uno dei principali esponenti, una delle voci più influenti insieme a Giuseppucci, a De Pedis, che ne entrerà soltanto nel 1979 dopo la sua scarcerazione, e a Nicolino Selis, detto “il Sardo”. Tra i compiti del “Crispino”, così chiamato per la sua folta e riccia capigliatura vi era il controllo della piazza di spaccio di Trastevere. Fu uno dei protagonisti, diretti e indiretti, dei fatti più eclatanti della banda: dall’omicidio di Franco Nicolini detto “franchino er criminale”, con il quale la banda si garantì il giro di scommesse degli ippodromi capitolini, ai colloqui tra Giuseppucci e Forlani per l’iniziale interessamento di alcune frange della Democrazia Cristiana a conoscere l’esatta ubicazione della prigione di Moro.

Abbatino insieme a Giuseppucci, Selis e a Colafigli si incontrarono anche con Raffaele Cutolo che chiese loro di far sparire un’auto insanguinata nella quale aveva personalmente strozzato due uomini. Appuntamento più importante riguardò la richiesta del capo camorrista a proposito della prigione di Moro. L’interessamento iniziale fu poi interrotto per ragioni e volontà superiori a quelle delle due associazioni criminali alle quali la sorte di Moro non toccava i cuori particolarmente.

La banda della Magliana si riuniva al bar di via Chiabrera e la polizia non si vedeva quasi mai, grazie a un paio di agenti del distretto di polizia di zona, il commissariato ‘Colombo’, che erano stipendiati dalla banda. Andavano a riscuotere i loro due-tre milioni mensili proprio lì, a via Chiabrera e gli occhi rimanevano chiusi come per magia. Fra le stecche e il tavolo da biliardo si pianificava il traffico di droga, gli omicidi e tutte le attività criminali del gruppo.

L’assassinio era potere. “All’epoca nessuno ci avrebbe contrastato… sapendo anche che eravamo gli unici elementi a Roma che stavamo commettendo omicidi…”, dirà Maurizio Abbatino.

“C’era una concorrenza sul mercato, però noi prendevamo gli stessi spacciatori e gli offrivamo la merce a meno prezzo”, spiegherà il pentito Abbatino. E Antonio Mancini, l’Accattone: “Il sistema funzionava in questo modo: costituito il gruppo ed avute le entrature per l’approvvigionamento della droga, si prendeva contatto con coloro che in qualche modo già operavano nel settore; si faceva loro una proposta che non potevano rifiutare, di prendere la droga da o tramite noi. Nessuno si rifiutò mai di cedere alle nostre proposte, in quanto se fosse accaduto il riluttante era un uomo morto”. All’occorrenza, i capi battevano le piazze per imporre il prodotto, promettendo e garantendo agli spacciatori protezione nei confronti dei precedenti fornitori.  “In altri termini – dirà ancora l’Abbatino mettevamo la concorrenza nelle condizioni di non poter più’ operare, se non facendo capo a noi”.

Il 13 settembre 1980 però cambia tutto. Franco Giuseppucci, il fondatore, il leader originario della banda viene assassinato…

Cogito ergo sum,

Marco Bonacossa – CriptoItaly

OPERAZIONE BLUEMOON: LA CONTESTAZIONE GIOVANILE UCCISA DALLA DROGA

Apro il dizionario di tedesco e alla voce “stark” leggo: forte, vigoroso, violento, corpulento, robusto.

Forse è proprio questo l’aggettivo migliore per descrivere questa storia, una storia vera.

Il protagonista è il nostro paese e incomincia tutto il 21 marzo 1970 quando qualche decina di giovani romani organizzano una festa su un barcone ancorato sul lungo Tevere.

Il giorno dopo, sulla prima pagina de “Il Tempo”, giornale vicino alla destra conservatrice finanziato dai partiti politici e da fondi dei servizi segreti italiani di origine americana, viene scritto di un blitz antidroga, di grandissime quantità di siringhe, di duemila giovani che si drogavano.

La notizia destò scalpore fra la società civile e per sei mesi, a partire dal blitz, sulla stampa nazionale compaiono circa diecimila articoli sulle droghe. Un accanimento mediatico senza precedenti per istruire l’opinione pubblica su un nuovo stereotipo sul mondo giovanile: il capellone, uguale contestatore, quindi tossico e pericoloso. Si scoprì poi che i giovani sul barcone erano soltanto novanta e furono trovati soltanto pochissimi grammi di marijuana, sufficienti per lo “sballo” di tre o quattro persone.

Siamo in piena guerra fredda e in Italia si combatte quella definita “guerra non ortodossa” o “non convenzionale”. Sin dalla metà degli anni sessanta uomini addestrati dalla CIA e dai servizi segreti italiani si sono infiltrati nei gruppi contestatori dell’estrema sinistra per pilotarli, alzare il livello dello scontro e spingere l’opinione pubblica a richiedere una svolta repressiva per l’ordine e la sicurezza. Una situazione simile si verificò anche negli Stati Uniti quando i servizi di sicurezza americani per contrastare l’attivismo politico degli afroamericani si servì di infiltrati e di un uomo, Ronald Stark, per diffondere la droga tra i giovani contestatori.

Costui era un agente della Cia, amico di Timothy Leary, inventore dell’LSD, che utilizzando le sue camaleontiche capacità di infiltrazione introdusse una massiccia dose di droghe pesanti nel movimento delle “pantere nere”, il gruppo più violento dell’attivismo afroamericano portandolo all’autodistruzione.

Nell’Europa occidentale tutto questo fa parte della strategia di “guerra psicologica”.

Nel 1972, Roberto Cavallaro, un giovane agente del SID, il servizio segreto militare italiano, era sui Monti Vosgi in Francia per un addestramento paramilitare dei servizi segreti dei paesi Nato.

In quel luogo lui, unico testimone che abbia riferito all’autorità giudiziaria questa storia, apprende dell’Operazione Blue Moon, ovvero l’introduzione in dose massicce di eroina fra i giovani contestatori per abbattere il loro attivismo rivoluzionario prosciugandone così le forze psichiche e fisiche. In Italia, va ricordato, vi era il più forte partito comunista occidentale e i più attivi movimenti extraparlamentari.

Tutto ciò potrebbe essere frutto della mia penna e della mia grande fantasia ma vi sono alcuni riscontri, perlomeno curiosi, con la partenza dell’operazione Blue Moon.

Nel 1972 il parlamento italiano con la legge Valsecchi, trentaquattro anni dopo il resto dei paesi europei, mette al bando la vendita delle anfetamine dalle farmacie.

Nello stesso anno vengono compiuti veri e propri rastrellamenti contro gli spacciatori di marijuana che per mesi è quasi introvabile e nelle piazze romane gli spacciatori cominciano a distribuire la morfina.

Nel 1973 sul Corriere della Sera viene pubblicato un articolo nel quale l’ambasciata degli USA a Roma invita i turisti americani a non prendere pastiglie e droghe nelle strade del centro capitolino perché sono regalate da spie delle forze dell’ordine.

Nel 1974 parte l’offensiva delle squadre narcotici contro gli spacciatori di marijuana, oltre 2000 arresti. Anche la morfina scompare e i tossicomani trovano soltanto l’eroina.

Non è un caso che l’Operazione Blue Moon parta nel 1974 quando i regimi militari europei crollano, Nixon si dimette e si assiste ad una improvvisa giravolta del terrorismo: si passa da quello nero delle bombe a quello rosso delle Br comandate dall’anomalo capo Mario Moretti.

A Roma durante tutto il 1975 ci fu un solo grande sequestro di eroina condotto da Ennio Di Francesco, commissario della Squadra narcotici, che fu allontanato dal suo ruolo il giorno stesso subendo il blocco dell’indagine in corso.

E’ proprio dal 1975 che l’eroina si propaga fra i giovani, che non sanno nulla della sostanza e dei suoi effetti. Nessun giornale, nessun governo, nessuna televisione ne parla. La stampa scrive soltanto della marijuana e molti giovani ne sono spaventati. Nel 1970, a Roma, non c’è neanche un tossicodipendente da eroina, nel 1975 ci sono i primi morti, nel 1977 si contano 20.000 consumatori, ma è lecito credere che fossero stati di più, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta l’Italia intera è invasa dall’eroina e nella prima metà degli anni ottanta ci sono almeno 300.000 eroinomani, un giro d’affari di 3 mila miliardi annui, che lascia centinaia di morti all’anno e decine di migliaia di disabili: una strage.

Nel punto più alto del consumo di eroina fra i giovani vi è la fine delle contestazioni giovanili e del terrorismo, ma è lecito supporre che fu un caso; come un caso fu l’arrivo di Stark in Italia nel 1974, anno dell’arresto di Curcio e Franceschini, fondatori delle Brigate Rosse, con le quali condividerà, curiosamente, la stessa cella per diversi mesi, e l’inizio della stagione di sangue delle BR di Moretti; come un caso fu, secondo le dichiarazioni dei pentiti di Cosa Nostra, Buscetta in primis, che la mafia cominciò a spacciare eroina soltanto nel 1978 e le altre mafie non avrebbero fatto nulla senza il beneplacito dei siciliani.

Raccontando questa storia, purtroppo vera e ancora criptica, non intendo certo creare le categorie dei “mostri” e delle “vittime”. Il clima culturale di ricerca di forme alternative di vita e di piacere, la contestazione globale ai valori, agli usi e ai costumi, alle strutture della società e al modo di fare politica furono dei terreni fertilissimi per la sperimentazione delle droghe. Chi ha pianificato Blue Moon era consapevole di tutto questo e non inventò nulla, semplicemente indirizzò questo fenomeno secondo i suoi piani. Molti punti sono ancora oscuri, troppe cose vanno chiarite, ma cominciare a parlarne e a conoscerle scavalcando così l’ignoranza imposta dai media, oggi come allora al servizio di qualcuno, può aiutare molti a riflettere, a pensare ed è questo che fa veramente paura ai governi: la forza delle idee.

Cogito ergo sum,

Marco Bonacossa – CriptoItaly

Franco Giuseppucci: il fondatore della banda della Magliana

Il 12 aprile 1947 a Roma, nel quartiere Trastevere, nasce Franco Giuseppucci.

Roma nei primi anni del dopoguerra è una città povera, la maggior parte della classe proletaria vive nelle borgate del centro storico, dove spesso mancano i servizi igienici e si vive tra lavoretti e l’arte dell’arrangiarsi.

Il padre di Franco è un fornaio, nella cui bottega il figlio inizierà sin da ragazzino a contribuire al sostentamento della famiglia, ereditando così il soprannome di “Er Fornaretto”. E’ un lavoro duro, faticoso e i guadagni sono bassi, così bassi che papà Giuseppucci si dedica alle rapine e proprio durante una di queste, a causa di uno scontro armato con le forze dell’ordine, perde la vita.

Dopo alcuni anni Franco decide di smettere con il forno, trova lavoro come buttafuori di una sala corse di Ostia il sabato e la domenica e durante la settimana custodisce armi per molti uomini della malavita romana, uno fra tutti l’amico Enrico De Pedis detto Renatino, un giovane criminale di Testaccio. Oltre ad avere più soldi in tasca, Giuseppucci guadagna fama e stima da parte di tutta la malavita romana che riconosce in lui serietà, capacità e una forte dose di carisma. Il suo soprannome cambia da “Er Fornaretto” a “Er Negro” per via della sua carnagione scura. Qualche suo biografo sostiene che sia anche dovuta alla sua dichiarata fede politica fascista, cosa che però non ha mai anteposto alla sua attività criminale.

Nel 1974 viene arrestato per la detenzione illegale di una pistola. La galera, però, non è un problema per lui, anzi è una scuola: perché gli permette di entrare in contatto con altri malavitosi romani e di farsi apprezzare anche da altri personaggi, tra i quali Danilo Abbrucciati, uno dei capi della banda dei Marsigliesi. Er Negro finisce in carcere anche un paio di anni dopo quando la polizia trovò in uno roulotte di sua proprietà, parcheggiata al Gianicolo, molte armi che alcuni rapinatori di diverse batterie della città gli avevano dato in custodia. Riuscì ad ottenere la scarcerazione grazie al fatto che la roulotte avesse un vetro rotto, sostenendo così che qualcuno avesse messo a sua insaputa quelle armi.

Dopo qualche mese altre pistole, gestite da Giuseppucci, spariscono, ma stavolta la polizia non c’entra niente: «Era accaduto che Giovanni Tigani (detto Paperino), la cui attività era quella di scippatore, si era impossessato di un’auto Vw maggiolone cabrio, a bordo nella quale Franco Giuseppucci custodiva un borsone di armi appartenenti ad Enrico De Pedis. Il Giuseppucci aveva lasciato l’auto, con le chiavi inserite, davanti al cinema “Vittoria”, mentre consumava qualcosa al bar. Il Tigani, ignaro di chi fosse il proprietario dell’auto e di cosa essa contenesse, se ne era impossessato. Accortosi però delle armi, si era recato al Trullo e, incontrato qui Emilio Castelletti che già conosceva, gliele aveva vendute, mi sembra per un paio di milioni di lire. Franco Giuseppucci, non perse tempo e si mise immediatamente alla ricerca dell’auto e soprattutto delle armi che vi erano custodite e lo stesso giorno, non so se informato proprio dal Tigani, venne a reclamare le armi stesse. Fu questa l’occasione nella quale conoscemmo Franco Giuseppucci il quale si unì a noi che già conoscevamo Enrico De Pedis cui egli faceva capo, che fece si che ci si aggregasse con lo stesso. La “batteria” si costituì tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze ora riferite, con Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e di solidarietà». (Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 13/12/1992).

Er Negro riconosce in Abbatino le doti di un vero criminale, carismatico, freddo e intelligente ed è a lui che propone il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. Il rapimento, effettuato il 7 novembre 1977, frutta al gruppo criminale il guadagno di due miliardi di lire, reinvestite nel traffico di droga e suggella la nascita della banda, la cosiddetta banda della Magliana. A Regina Coeli si trova Nicolino Selis, detto “il Sardo” un rapinatore romano di origini sarde, che controlla la zona di Acilia-Ostia. In carcere conobbe Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra Organizzata, e ne divenne il Referente nella Capitale. Selis, una volta conosciuto cosa Giuseppucci stesse riuscendo a realizzare all’esterno (l’idea originaria di una banda che controllasse tutto Roma sul modello della camorra cutoliana è la sua, ma per la sua reclusione non riuscì a concretizzarla), richiese per il suo ingresso nella banda l’omicidio di Franco Nicolini, detto “Franchino er Criminale”, il più potente allibratore delle corse ippiche romane e, secondo quanto riferisce Flamini, responsabile della “soffiata” alla polizia che portò all’arresto del Sardo. L’omicidio, avvenuto il 26 luglio, fu compiuto da Edoardo Toscano, detto “l’Operaietto” e Renzo Danesi. Il regista dell’operazione, che si fece ben vedere e notare all’interno dell’ippodromo durante l’esecuzione, fu Franco Giuseppucci.

MORO

La banda fu anche coinvolta da alcuni uomini dello Stato per trovare la prigione di Aldo Moro.

Maurizio Abbatino, il capo della batteria della Magliana e uno dei capi della nuova banda riferisce ciò durante il suo pentimento nel 1992: «Durante il sequestro dell’onorevole Moro ho partecipato ad un incontro avvenuto sulle rive del Tevere, sotto Ponte Marconi, al quale parteciparono Selis e Giuseppucci e un uomo politico molto importante che se non ricordo male doveva essere l’onorevole Flaminio Piccoli. Io, Emilio Castelletti e Renzo Danesi rimanemmo sulla strada. Il motivo dell’incontro era quello di concordare i termini di un possibile intervento della banda per salvare l’onorevole Moro».

Quell’idea a Crispino non piacque affatto. Dirà: “Quando Franco [Giuseppucci] parlò della possibilità di intervenire in qualche modo per cercare di salvare Moro, ed espose che ne

avremmo potuto ricavare dei vantaggi, sia sul piano processuale che sul piano delle attività della banda, da parte mia vi fu una ferma opposizione: per il mio modo di pensare di allora, condividevo, sia pure irrazionalmente, ogni attività, chiunque ne fosse l’autore, portata contro lo Stato”.

Ad organizzare l’incontro, secondo Abbatino, era stato Nicolino Selis, su ordine di Raffale Cutolo. Cutolo dirà che a porgli la questione erano stati il suo avvocato di fiducia, nonché compare d’anello Francesco Gangemi ed Enzo Casillo, ‘O Nirone, colui che all’epoca gli faceva da braccio destro. ‘O Professore, oltre che con Selis, ne parlò quindi anche con Franco Giuseppucci, durante un pranzo. Moro era vivo, nascosto nella casa al civico 8 di via Camillo Montalcini, strada del quartiere Magliana. “Qualche giorno dopo, sette o otto dirà ‘O Professore ai giudici – Nicolino Selis mi fece sapere che aveva grande urgenza di vedermi: …mi riferì che, del tutto casualmente, era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli teneva come nascondiglio per eventuali latitanze”. A quel punto Cutolo chiamò l’avvocato Gangemi, per stabilire il prezzo del suo interessamento. Non se ne fece nulla. Racconterà ancora Cutolo: “Nello stesso torno di tempo,…venne a trovarmi Enzo Casillo…mi apparve molto preoccupato, allorché mi chiese se mi stavo interessando ancora al sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Capii la ragione della sua preoccupazione allorché mi disse che i suoi referenti politici gli avevano chiaramente detto che mi dovevo fare gli affari miei e, non mettere il naso in quella vicenda».

Anche Renzo Danesi, che prima della formazione della banda militava nella batteria della Magliana guidata da Abbatino, racconta nel documentario La banda della Magliana, andato in onda su History Channel tra novembre e dicembre 2010, dell’incontro tra Giuseppucci e Flaminio Piccoli per localizzare la prigione di Moro, confermando così le parole di Abbatino.

GIUSEPPUCCI E I TERRORISTI NERI

La banda aveva contatti con esponenti dell’estrema destra, in particolare col prof. Aldo Semerari, tramite Alessandro D’Ortenzi detto “Zanzarone”. Abbatino racconta di una riunione fra estremisti e loro nella seconda metà del ’78 nelle campagne del reatino: «All’incontro per la banda partecipammo io, Marcello Colafigli, Giovanni Piconi e Franco Giuseppucci».

L’incontro con Semerari avvenne a Poggio Mirteto dove vi era un rudimentale campo di addestramento paramilitare. Carminati, i fratelli Bracci, Cristiano Fioravanti e Alessandro Alibrandi, tutti circolanti nell’area terroristica dei NAR, collaborarono con Giuseppucci e la banda per il riciclo dei denari provenienti dalle rapine e per il recupero crediti dei criminali comuni.

L’anello di congiunzione fra le due realtà era Massimo Carminati.

LA MORTE

La sera di sabato 13 settembre 1980 Giuseppucci sta giocando a biliardo al bar Castelletti di piazza S. Cosimato, a Trastevere, assieme al fratello più giovane di sette anni, Augusto, che fa ancora il fornaio. Verso le otto di sera esce dal locale per andare all’Ippodromo a controllare gli affari, entra in auto e viene colpito a morte da due uomini su una moto.

La morte di Giuseppucci nelle dichiarazioni dell’Abbatino, 6 novembre 1992: «Franco Giuseppucci scommetteva regolarmente sui cavalli sia agli ippodromi che nelle sale corse, pagando sempre puntualmente i propri debiti, quale che fosse l’ammontare. Accadde una volta che Giuseppucci perse una somma di circa trenta milioni, che, per mancanza di contanti, non aveva pagato subito, ma che aveva intenzione di pagare e che non aveva difficoltà a pagare. La sera successiva, però, mentre era al bar Fermi di via Enrico Fermi, gli si presentò Fernando Proietti, pretendendo il denaro. Franco Giuseppucci se ne ebbe a male e si rifiutò di pagare, dicendo che non gli facevano alcuna paura».

Abbatino racconta che non collegarono subito l’omicidio ai Proietti ma dopo alcune chiacchiere con i giocatori di carte presenti e il rinvenimento della moto e della parrucca usata dagli assassini capirono che erano stati i Proietti che stavano cercando di installare un giro di bische e scommesse clandestine alternativo a quello della Banda.

Lo stesso Antonio Mancini nell’interrogatorio del 13 gennaio 1994 conferma questa versione: «Per quanto io ne seppi, essendo detenuto al tempo dell’omicidio, la morte di Giuseppucci trovò la sua ragione d’essere nell’esigenza, da parte dei Proietti, di affrancarsi dalla situazione nella quale lo stesso Giuseppucci, il quale aveva imposto una sorte di racket sulle corse dei cavalli e sugli ippodromi, li aveva costretti: inizialmente i Proietti avevano accettato le condizioni di Giuseppucci, ma, successivamente, si erano ribellati e, non appena si presentò l’occasione, lo ammazzarono».

A dire di Mancini, a far sparare a Giuseppucci è stato un certo Ottaviani, un bookmaker taglieggiato da «er Negro»: «Ottaviano ribadisco, era quel bookmaker, quello che teneva il gioco dei cavalli, dal quale Giuseppucci pretendeva sempre una maggiore quota», «Giuseppucci gli chiedeva la percentuale e Ottaviani invece della percentuale, alla fin fine, gli ha mandato i Proietti». «E quindi noi cercavamo i Proietti, ma cercavamo pure Ottaviani… lo cercavamo eccome!». Anche Abbatino in futuro spiegherà ai magistrati che Ottaviani «era una persona che reggeva le scommesse del gioco clandestino e sicuramente aveva qualcosa a che fare con la morte di Giuseppucci». Aggiungendo: «Sapevamo che aveva un ufficio in piazza Cavour, però non siamo mai riusciti a mettere a punto l’omicidio».

Il 30 giugno 1982 sarà Edoardo Toscano ad uccidere Ferdinando Proietti con 5 colpi di pistola.

La Minardi ricorda così l’uccisione di Giuseppucci: «Mi dispiacque molto quando lo uccisero, era una potenza, ma sempre gentilissimo. C’era Trastevere in subbuglio, sembrava dovesse arrivare la fine del mondo». Non arrivò l’apocalisse ma la banda, pur nel suo momento di più grande unità, dettata dalla volontà comune di vendicare Er Negro, cominciò a implodersi.

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Marco Bonacossa – CriptoItaly

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CriptoItaly è un blog riguardante i misteri della storia d’Italia, quella fatta di spie, di governi corrotti, di bombe, di entità, di criminali delle borgate e dei palazzi, di eroi, di morti annunciate e innocenti.

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Molte volte, probabilmente, ciò che leggerete su CriptoItaly potrà sembrare assurdo, incomprensibile, frutto dell’audace fantasia di qualche bravo romanziere eppure, citando il titolo di un’opera recente, la storia italiana, quella del periodo repubblicano almeno, è stata una storia, un romanzo criminale che ha seminato troppi lutti, troppi misteri che hanno gravato soltanto sulle spalle dei cittadini, che non hanno mai avuto l’onore di sentirsi tali, ma soltanto sudditi di qualcosa più grande di loro.

CriptoItaly non ha alcuna intenzione di squarciare il velo di Maya sui misteri italiani, non ha l’intenzione di darvi alcuna verità, ma soltanto di riportarvi alla mente certi dati, certe informazioni, di unire, come nelle figure della Settimana enigmastica, i punti, forzatamente separati fra loro, della storia contemporanea italiana. Perchè CriptoItaly crede che la conoscenza sia l’arma più efficace per vincere chi ancora oggi decide delle noste vite.

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Marco Bonacossa – CriptoItaly