Franco Giuseppucci: il fondatore della banda della Magliana

Il 12 aprile 1947 a Roma, nel quartiere Trastevere, nasce Franco Giuseppucci.

Roma nei primi anni del dopoguerra è una città povera, la maggior parte della classe proletaria vive nelle borgate del centro storico, dove spesso mancano i servizi igienici e si vive tra lavoretti e l’arte dell’arrangiarsi.

Il padre di Franco è un fornaio, nella cui bottega il figlio inizierà sin da ragazzino a contribuire al sostentamento della famiglia, ereditando così il soprannome di “Er Fornaretto”. E’ un lavoro duro, faticoso e i guadagni sono bassi, così bassi che papà Giuseppucci si dedica alle rapine e proprio durante una di queste, a causa di uno scontro armato con le forze dell’ordine, perde la vita.

Dopo alcuni anni Franco decide di smettere con il forno, trova lavoro come buttafuori di una sala corse di Ostia il sabato e la domenica e durante la settimana custodisce armi per molti uomini della malavita romana, uno fra tutti l’amico Enrico De Pedis detto Renatino, un giovane criminale di Testaccio. Oltre ad avere più soldi in tasca, Giuseppucci guadagna fama e stima da parte di tutta la malavita romana che riconosce in lui serietà, capacità e una forte dose di carisma. Il suo soprannome cambia da “Er Fornaretto” a “Er Negro” per via della sua carnagione scura. Qualche suo biografo sostiene che sia anche dovuta alla sua dichiarata fede politica fascista, cosa che però non ha mai anteposto alla sua attività criminale.

Nel 1974 viene arrestato per la detenzione illegale di una pistola. La galera, però, non è un problema per lui, anzi è una scuola: perché gli permette di entrare in contatto con altri malavitosi romani e di farsi apprezzare anche da altri personaggi, tra i quali Danilo Abbrucciati, uno dei capi della banda dei Marsigliesi. Er Negro finisce in carcere anche un paio di anni dopo quando la polizia trovò in uno roulotte di sua proprietà, parcheggiata al Gianicolo, molte armi che alcuni rapinatori di diverse batterie della città gli avevano dato in custodia. Riuscì ad ottenere la scarcerazione grazie al fatto che la roulotte avesse un vetro rotto, sostenendo così che qualcuno avesse messo a sua insaputa quelle armi.

Dopo qualche mese altre pistole, gestite da Giuseppucci, spariscono, ma stavolta la polizia non c’entra niente: «Era accaduto che Giovanni Tigani (detto Paperino), la cui attività era quella di scippatore, si era impossessato di un’auto Vw maggiolone cabrio, a bordo nella quale Franco Giuseppucci custodiva un borsone di armi appartenenti ad Enrico De Pedis. Il Giuseppucci aveva lasciato l’auto, con le chiavi inserite, davanti al cinema “Vittoria”, mentre consumava qualcosa al bar. Il Tigani, ignaro di chi fosse il proprietario dell’auto e di cosa essa contenesse, se ne era impossessato. Accortosi però delle armi, si era recato al Trullo e, incontrato qui Emilio Castelletti che già conosceva, gliele aveva vendute, mi sembra per un paio di milioni di lire. Franco Giuseppucci, non perse tempo e si mise immediatamente alla ricerca dell’auto e soprattutto delle armi che vi erano custodite e lo stesso giorno, non so se informato proprio dal Tigani, venne a reclamare le armi stesse. Fu questa l’occasione nella quale conoscemmo Franco Giuseppucci il quale si unì a noi che già conoscevamo Enrico De Pedis cui egli faceva capo, che fece si che ci si aggregasse con lo stesso. La “batteria” si costituì tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze ora riferite, con Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e di solidarietà». (Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 13/12/1992).

Er Negro riconosce in Abbatino le doti di un vero criminale, carismatico, freddo e intelligente ed è a lui che propone il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. Il rapimento, effettuato il 7 novembre 1977, frutta al gruppo criminale il guadagno di due miliardi di lire, reinvestite nel traffico di droga e suggella la nascita della banda, la cosiddetta banda della Magliana. A Regina Coeli si trova Nicolino Selis, detto “il Sardo” un rapinatore romano di origini sarde, che controlla la zona di Acilia-Ostia. In carcere conobbe Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra Organizzata, e ne divenne il Referente nella Capitale. Selis, una volta conosciuto cosa Giuseppucci stesse riuscendo a realizzare all’esterno (l’idea originaria di una banda che controllasse tutto Roma sul modello della camorra cutoliana è la sua, ma per la sua reclusione non riuscì a concretizzarla), richiese per il suo ingresso nella banda l’omicidio di Franco Nicolini, detto “Franchino er Criminale”, il più potente allibratore delle corse ippiche romane e, secondo quanto riferisce Flamini, responsabile della “soffiata” alla polizia che portò all’arresto del Sardo. L’omicidio, avvenuto il 26 luglio, fu compiuto da Edoardo Toscano, detto “l’Operaietto” e Renzo Danesi. Il regista dell’operazione, che si fece ben vedere e notare all’interno dell’ippodromo durante l’esecuzione, fu Franco Giuseppucci.

MORO

La banda fu anche coinvolta da alcuni uomini dello Stato per trovare la prigione di Aldo Moro.

Maurizio Abbatino, il capo della batteria della Magliana e uno dei capi della nuova banda riferisce ciò durante il suo pentimento nel 1992: «Durante il sequestro dell’onorevole Moro ho partecipato ad un incontro avvenuto sulle rive del Tevere, sotto Ponte Marconi, al quale parteciparono Selis e Giuseppucci e un uomo politico molto importante che se non ricordo male doveva essere l’onorevole Flaminio Piccoli. Io, Emilio Castelletti e Renzo Danesi rimanemmo sulla strada. Il motivo dell’incontro era quello di concordare i termini di un possibile intervento della banda per salvare l’onorevole Moro».

Quell’idea a Crispino non piacque affatto. Dirà: “Quando Franco [Giuseppucci] parlò della possibilità di intervenire in qualche modo per cercare di salvare Moro, ed espose che ne

avremmo potuto ricavare dei vantaggi, sia sul piano processuale che sul piano delle attività della banda, da parte mia vi fu una ferma opposizione: per il mio modo di pensare di allora, condividevo, sia pure irrazionalmente, ogni attività, chiunque ne fosse l’autore, portata contro lo Stato”.

Ad organizzare l’incontro, secondo Abbatino, era stato Nicolino Selis, su ordine di Raffale Cutolo. Cutolo dirà che a porgli la questione erano stati il suo avvocato di fiducia, nonché compare d’anello Francesco Gangemi ed Enzo Casillo, ‘O Nirone, colui che all’epoca gli faceva da braccio destro. ‘O Professore, oltre che con Selis, ne parlò quindi anche con Franco Giuseppucci, durante un pranzo. Moro era vivo, nascosto nella casa al civico 8 di via Camillo Montalcini, strada del quartiere Magliana. “Qualche giorno dopo, sette o otto dirà ‘O Professore ai giudici – Nicolino Selis mi fece sapere che aveva grande urgenza di vedermi: …mi riferì che, del tutto casualmente, era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli teneva come nascondiglio per eventuali latitanze”. A quel punto Cutolo chiamò l’avvocato Gangemi, per stabilire il prezzo del suo interessamento. Non se ne fece nulla. Racconterà ancora Cutolo: “Nello stesso torno di tempo,…venne a trovarmi Enzo Casillo…mi apparve molto preoccupato, allorché mi chiese se mi stavo interessando ancora al sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Capii la ragione della sua preoccupazione allorché mi disse che i suoi referenti politici gli avevano chiaramente detto che mi dovevo fare gli affari miei e, non mettere il naso in quella vicenda».

Anche Renzo Danesi, che prima della formazione della banda militava nella batteria della Magliana guidata da Abbatino, racconta nel documentario La banda della Magliana, andato in onda su History Channel tra novembre e dicembre 2010, dell’incontro tra Giuseppucci e Flaminio Piccoli per localizzare la prigione di Moro, confermando così le parole di Abbatino.

GIUSEPPUCCI E I TERRORISTI NERI

La banda aveva contatti con esponenti dell’estrema destra, in particolare col prof. Aldo Semerari, tramite Alessandro D’Ortenzi detto “Zanzarone”. Abbatino racconta di una riunione fra estremisti e loro nella seconda metà del ’78 nelle campagne del reatino: «All’incontro per la banda partecipammo io, Marcello Colafigli, Giovanni Piconi e Franco Giuseppucci».

L’incontro con Semerari avvenne a Poggio Mirteto dove vi era un rudimentale campo di addestramento paramilitare. Carminati, i fratelli Bracci, Cristiano Fioravanti e Alessandro Alibrandi, tutti circolanti nell’area terroristica dei NAR, collaborarono con Giuseppucci e la banda per il riciclo dei denari provenienti dalle rapine e per il recupero crediti dei criminali comuni.

L’anello di congiunzione fra le due realtà era Massimo Carminati.

LA MORTE

La sera di sabato 13 settembre 1980 Giuseppucci sta giocando a biliardo al bar Castelletti di piazza S. Cosimato, a Trastevere, assieme al fratello più giovane di sette anni, Augusto, che fa ancora il fornaio. Verso le otto di sera esce dal locale per andare all’Ippodromo a controllare gli affari, entra in auto e viene colpito a morte da due uomini su una moto.

La morte di Giuseppucci nelle dichiarazioni dell’Abbatino, 6 novembre 1992: «Franco Giuseppucci scommetteva regolarmente sui cavalli sia agli ippodromi che nelle sale corse, pagando sempre puntualmente i propri debiti, quale che fosse l’ammontare. Accadde una volta che Giuseppucci perse una somma di circa trenta milioni, che, per mancanza di contanti, non aveva pagato subito, ma che aveva intenzione di pagare e che non aveva difficoltà a pagare. La sera successiva, però, mentre era al bar Fermi di via Enrico Fermi, gli si presentò Fernando Proietti, pretendendo il denaro. Franco Giuseppucci se ne ebbe a male e si rifiutò di pagare, dicendo che non gli facevano alcuna paura».

Abbatino racconta che non collegarono subito l’omicidio ai Proietti ma dopo alcune chiacchiere con i giocatori di carte presenti e il rinvenimento della moto e della parrucca usata dagli assassini capirono che erano stati i Proietti che stavano cercando di installare un giro di bische e scommesse clandestine alternativo a quello della Banda.

Lo stesso Antonio Mancini nell’interrogatorio del 13 gennaio 1994 conferma questa versione: «Per quanto io ne seppi, essendo detenuto al tempo dell’omicidio, la morte di Giuseppucci trovò la sua ragione d’essere nell’esigenza, da parte dei Proietti, di affrancarsi dalla situazione nella quale lo stesso Giuseppucci, il quale aveva imposto una sorte di racket sulle corse dei cavalli e sugli ippodromi, li aveva costretti: inizialmente i Proietti avevano accettato le condizioni di Giuseppucci, ma, successivamente, si erano ribellati e, non appena si presentò l’occasione, lo ammazzarono».

A dire di Mancini, a far sparare a Giuseppucci è stato un certo Ottaviani, un bookmaker taglieggiato da «er Negro»: «Ottaviano ribadisco, era quel bookmaker, quello che teneva il gioco dei cavalli, dal quale Giuseppucci pretendeva sempre una maggiore quota», «Giuseppucci gli chiedeva la percentuale e Ottaviani invece della percentuale, alla fin fine, gli ha mandato i Proietti». «E quindi noi cercavamo i Proietti, ma cercavamo pure Ottaviani… lo cercavamo eccome!». Anche Abbatino in futuro spiegherà ai magistrati che Ottaviani «era una persona che reggeva le scommesse del gioco clandestino e sicuramente aveva qualcosa a che fare con la morte di Giuseppucci». Aggiungendo: «Sapevamo che aveva un ufficio in piazza Cavour, però non siamo mai riusciti a mettere a punto l’omicidio».

Il 30 giugno 1982 sarà Edoardo Toscano ad uccidere Ferdinando Proietti con 5 colpi di pistola.

La Minardi ricorda così l’uccisione di Giuseppucci: «Mi dispiacque molto quando lo uccisero, era una potenza, ma sempre gentilissimo. C’era Trastevere in subbuglio, sembrava dovesse arrivare la fine del mondo». Non arrivò l’apocalisse ma la banda, pur nel suo momento di più grande unità, dettata dalla volontà comune di vendicare Er Negro, cominciò a implodersi.

Cogito ergo sum,

Marco Bonacossa – CriptoItaly

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About Marco Bonacossa

Laureato in Storia e Filosofia, studioso del '900 italiano, con una particolare attenzione al ventennio fascista, al fenomeno delle mafie e degli Anni di piombo

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